testimonianze di pazienti allergici su respiralatura.info
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Con il fiato corto

[…] E ti viene la voglia di uscire e provare

Che cosa ti manca per correre al prato

E ti tieni la voglia, e rimani a pensare

Come diavolo fanno a riprendere fiato […]

Così cantava De André. Anche se la canzone si intitolava ‘un malato di cuore’, a me ha sempre ricordato gli anni della mia pre-adolescenza, quando all’improvviso mi sono trovato a vivere, sempre più spesso, quella stessa sensazione a causa dell’insorgere dell’asma.

Così me la ricordo… ne conoscevo il nome ma quello contava poco; contavano molto invece le conseguenze pratiche di questa specie di strettoia nella gola, nel respiro, che mi prendeva in due casi soprattutto: quando provavo a correre e, a volte, a tradimento, di notte.

Sarebbe stato quasi buffo, quel fischio che usciva dalla mia bocca aperta, se non fosse stato così difficile respirare durante le crisi. Se per il correre bastava esimersi, la notte invece non si poteva proprio fare niente, se non cercare un precario equilibrio fra respiro e sonno, addormentandosi mezzi seduti dopo lunghe mezz’ore passate con quel respiro difficile, che ti riempiva la testa di brutti pensieri, una battaglia che solo la stanchezza poteva a un certo punto chiudere, temporaneamente.

E poi c’era la vergogna, ricordo bene… una specie di meccanismo ad incastro per cui quando mi prendeva così, e magari non ero solo, allora mi vergognavo di quei sintomi così evidenti, di quella difficoltà visibile a respirare, di quel fischio che mi usciva dalla gola, e cercavo allora di ridurli al minimo, di respirare piano, di chiudere la bocca, di provare a inventare percorsi inediti e sperimentali per quel soffio che invece era incardinato sullo stantuffo meccanico, un pò difettoso e cigolante, del dentro-fuori, dentro-fuori… chiaramente lo sforzo di dissimulazione non faceva che aumentare la difficoltà, l’ansia, il blocco in gola o chissà dove.

E fare una corsa? E i prati ampi di un’infanzia trascorsa in campagna, che diventavano rischiosi da correre, così, solo per sentirsi bene o per inseguire una palla con gli amici… insomma non era facile, per un bambino, misurare la voglia di tutto questo con il rischio di quelle crisi che, quando arrivavano, bisognava solo aspettare, fermi e in silenzio, che se ne andassero.

Certo c’era quell’aggeggio, lo spruzzetto di plastica colore azzurro-sporco, lo ricordo benissimo, si chiamava ‘ventolin’ e dava sollievo, a volte di più a volte di meno.. ma insomma intanto la frittata era fatta, mi ero sentito male e avevo dovuto smettere di fare quello che stavo facendo e attaccarmi a quella pompetta, in modo fin troppo visibile sia per chi si trovava lì vicino che, soprattutto, per me stesso… mi sentivo, molto praticamente, un malato, uno che non poteva fare quello che facevano gli altri.

Non ricordo poi come andò tutta la faccenda, ricordo la trasferta a Roma per una lunga sessione di test, che mi parve al tempo spaventosissima, ma che fu in realtà l’inizio della cura: ero risultato allergico alla polvere domestica (i famosi acari), al polline dell’ulivo (e vivevo in Umbria!) ed alle graminacee. Questo riscontro, collegato dal medico al mio problema di asma, ha permesso di realizzare quello che ai tempi veniva chiamato ‘vaccino’. Ricordo le piccole scatole verdi di plastica, a forma di valigetta, in cui si trovavano le boccettine del vaccino, le stesse che, con cadenza regolare e per più di tre anni della mia vita, portavo allo studio del medico per farmi fare l’iniezione sottocutanea. Durante la terapia i sintomi scomparvero a poco a poco, l’utilizzo della pompetta azzurra anche… con gradualità, direi con naturalezza, sono arrivato alla guarigione. Forse, da allora, posso richiamare alla memoria non più quattro o cinque occasioni in cui una corsa intensa e faticosa mi  aveva lasciato ancora a corto di fiato e con  un leggero fischio in gola, ma sono stati episodi della durata di qualche minuto, e di cui prendevo nota più per la paura che ricominciasse tutto che per un disagio concreto.

Grazie a questa terapia (e al buon senso dei miei genitori, probabilmente al consiglio di un medico che li ha bene indirizzati, non ho mai conosciuto i particolari) da allora, non ho mai più dovuto rinunciare a correre. Anzi oggi, a distanza di anni, correre nel bosco vicino casa resta uno dei miei modi preferiti di iniziare la giornata.

Marco

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